Il posto delle fragole: camminare nel bosco con i bambini in cerca di funghi e frutti selvatici.

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Qualcuno di voi ricorda Il posto delle fragole, quel bellissimo film di Bergman del 1957?

Da ricordare c’è ben poco, perché la trama è molto semplice: è un lungo viaggio in macchina che da spunto al protagonista – un uomo di una certa età- per una riflessione sul senso dell’esistenza e sulla giovinezza ormai lontana. Come spesso succede nei film di Bergman, maestro della lentezza e della riflessione esistenziale -di quei film che oggi quasi non esistono più, e se esistono, tanto nessuno li guarda!- non è tanto importante quello che succede, ma la riflessione che scaturisce dai pochi e apparentemente futili avvenimenti.

Perché dunque partire da Bergman per parlare delle passeggiate nel bosco con i bambini?

Innanzitutto la traduzione corretta del titolo del film sarebbe Il posto delle fragoline di bosco, che se tradotto fedelmente in italiano avrebbe perso di poeticità, come osserva l’autrice di questo interessante articolo; come avrete notato spesso la traduzione dei titoli dei film tradisce la lingua originale e a volte ne stravolge completamente il senso originario.

Nel film -il posto dove la cugina del protagonista andava a raccogliere le fragoline-, nonché nella lingua svedese, nella quale smultronstället è un’espressione idiomaticaquesto luogo rappresenta un ricordo della giovinezza nel quale il protagonista si rifugia per rivivere quel tempo lontano che non c’è più.

Di quel film, che ho visto più di dieci anni fa, mi è rimasto impresso proprio questo ricordo, perché anche per me Il posto delle fragole è il sapore lontano della mia infanzia, di quando io e mio fratello -proprio qui, nel posto in cui vivo oggi con la mia famiglia- andavamo a cercare le fragoline, è il caldo delle estati passate che, se da un lato non torneranno più perché il tempo è irreversibile, dall’altro lato rivivono nell’eccitazione dei miei figli ogni volta che partiamo per una passeggiata nel bosco.

Il bosco è bello in tutte le stagioni, cambia giorno dopo giorno e anche dal mattino alla sera: la luce è sempre diversa, i colori assumono sfumature impreviste e il fungo che non c’era il mattino spunta nel giro di poche ore e te lo ritrovi con sorpresa la sera sul tuo cammino. Camminare nel bosco ti dà il senso delle stagioni che passano e poi ritornano, anno dopo anno, in una ripetizione che non è mai del tutto uguale a se stessa; passeggiare nel bosco è un’esperienza totale che investe tutti i sensi.

Dunque, partiamo per la nostra camminata quotidiana: la più piccola in spalla, armati di cesto per raccogliere chissà cosa -dato che il pretesto è quello di cercare funghi per la cena (e in altre stagioni sarà la raccolta delle castagne, o dei fiori d’acacia per merenda, o cercare rami per qualche costruzione, o andare a giocare con le corde, o semplicemente farsi un giro)-, i cani trepidanti che aspettano per tutto il giorno questo momento.

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Prima tappa: ci fermiamo al primo posto delle fragoline (perché di posti delle fragole ce ne sono tanti!!). Mangiata a piene mani, ognuno arraffa quello che può; “mamma tieni”: ogni tanto, placata la “fame” iniziale, qualche slancio di gentilezza nei confronti di mamma e della sorellina più piccola, che comunque se la cava piuttosto bene quando si tratta di mangiare.

Poi ci addentriamo nel bosco: qui ogni cosa è da scoprire, e il bello del cercare i funghi è che ti obbliga a guardare attentamente ogni centimetro del bosco, sbirciare tra le foglie per vedere se fanno capolino, imparare a distinguere i funghi edibili dai “pisacan”.

Unica regola: guardare, osservare attentamente, ma non toccare, perché alcuni funghi possono essere anche molto velenosi (come ad esempio l’amanita phalloides, cugina dell’allucinogena amanita muscaria e del pregiato ed edibile ovulo reale (amanita caesarea)).

Le domande si susseguono: “mamma, che fungo è questo?”; ma mamma non li conosce tutti i funghi, quindi questo ce lo portiamo a casa e poi controlleremo sul libro dei funghi e sul web di che cosa si tratta.

Il bosco è pieno di sorprese ad ogni angolo, e stimola le domande dei bambini ed il piacere della conoscenza: un apprendimento legato all’esperienza, all’emozione del momento e che nasce dalle loro domande, dall’osservazione e dal loro interesse. Sta a noi genitori guidarli in questo percorso che deve però nascere da loro: andare a casa e insegnare loro il metodo, cioè come trovare le risposte.

Intanto il bosco ci avvolge con i suoi profumi: è il momento della fioritura dei castagni. Un buon pretesto per osservare gli strani fiori di questo albero, toccarli e osservare il polline che resta sulle nostre dita. “Oh, guarda, un’ape sul fiore”. E giù di nuovo con le domande….”cosa mangiano le api?”, “a cosa serve il polline?”, “come nascono le castagne?” e avanti così per una decina di minuti.

Finalmente troviamo i “funghi buoni”, quelli che ci servono per la cena: garitule (ovvero gallinacci, nel nome sceintifico Cantharellus cibarius) e anche un porcino (Boletus edulis).

“Mamma, solo quelli grandi”, mi dice mio figlio, consapevole già a tre anni che se ami il bosco lo devi anche rispettare. E mentre raccogliamo, scopriamo un piccolo ragno che invece di una ragnatela ha costruito un vero e proprio tunnel: si avvicina, poi indietreggia e torna a nascondersi nella sua casa.

Ancora un giro sull’altalena e poi via verso casa. La più piccola vuole portare il cestino, un modo per rendersi utile e partecipare anche lei alla nostra cena;

ma prima di tornare a casa dobbiamo fare ancora una tappa, perché ci servono le uova per fare le tagliatelle.

Arrivati a casa, è il momento di preparare le tagliatelle: tutti al lavoro, ognuno come può, ognuno come sa!

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Il momento della cena chiude questa esperienza con soddisfazione di tutti.

E nel frattempo, oltre che per preparare la cena, questa giornata nel bosco è stata un modo semplice -e senza alcuna spesa- per trascorrere il nostro pomeriggio tutti insieme, nonché un momento educativo e di apprendimento attivo per i bambini. Un momento che resterà nei loro ricordi e in cui potranno rifugiarsi per cercare consolazione da adulti, come è per me tutt’oggi il ricordo del “posto delle fragole”.

 

 

 

 

 

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